Dna del cambiamento: esercitare la speranza

Credo che poche volte nella storia personale degli imprenditori si siano trovati dinanzi a questi elementi di contesto e di cambiamento. La memoria delle figure imprenditoriali di oggi ha certamente conosciuto momenti di crisi storica di settore o economica in generale, ma l’impatto così forte di una pandemia e ora di un conflitto così nebuloso per i suoi sviluppi ed esiti, sono davvero una rilevante novità. Nella cultura imprenditoriale il cambiamento è un sinonimo di innovazione continua o di necessità adattiva, tuttavia i cambiamenti fuori controllo e cioè determinati da fattori che non si possono guidare né condizionare, trasfigurano un po’ la concezione del cambiamento in stravolgimento.

Nel percorso imprenditoriale ci sono fattori che si possono controllare e altri che non sono sottoposti alla forza o alla capacità umana o almeno così appaiono a una prima analisi. Mentre sui fattori che si ritiene di poter attuare un reale condizionamento, si concentrano le energie proprie e dei propri collaboratori, su quelle indomabili cala nel tempo l’atteggiamento di rassegnazione e quindi divengono nel tempo monoliti irremovibili. È da questo punto che credo si possano cogliere i più importanti insegnamenti in termini di approccio al cambiamento, anche se questo appare paradossale. Puntare sul cambiamento quando il cambiamento non appare possa dipendere da noi. Alimentare la speranza sono convinto che sia un esercizio utile quanto indispensabile per ogni essere umano e lo è ancor più per un imprenditore. Il cambiamento è un processo e può divenire un fatto culturale, all’interno delle organizzazioni aziendali e ciò è forte se la speranza diventa un’aspettativa collettiva e non solo un esercizio di pochi che sentono più di altri un forte senso di responsabilità per le sorti dell’organizzazione.

Nella mente umana, sempre protesa verso il raggiungimento di sicurezza e stabilità, gli sconvolgimenti o la mancanza di controllo generano certamente forti stati di ansia. Soprattutto quando si è raggiunto uno status quo di benessere e alla nostra società pare non manchi, la speranza è più concentrata sul mantenimento e graduale accrescimento di ciò che si ha, piuttosto che su ciò che si debba fare per attuare un sostanziale cambiamento. È per questa ragione che penso si debba partire da ciò che non si può cambiare e da ciò che si impone a noi come elemento esterno non condizionabile. Davanti a questo muro invalicabile si può riaccendere la speranza, che può generare l’atteggiamento più proficuo per il cambiamento. 

Sono momenti, quelli attuali, dove l’ansia e l’incertezza pervadono la mente fino a bloccare ogni pensiero di prospettiva: è la tagliola della speranza che ci spinge finanche a riflettere poco per non immaginare scenari catastrofici che ci facciano pensare alle conseguenze per la nostra incolumità e per tutto ciò che abbiamo costruito. È proprio il sentimento di speranza il motore più potente per attuare un cambiamento, per modificare il nostro dna e il “codice genetico” delle imprese in cui siamo immersi tutti i giorni. Innalzamento dei costi di materie prime ed energia, blocchi totali di alcuni mercati, carenza di componenti per ultimare lavori, queste sono tutte le conseguenze più concrete che molti imprenditori stanno vivendo.

Non ci resta che cominciare ad allenarci al cambiamento, cambiamento non per il mantenimento dello status quo, ma per ridefinire radicalmente ciò che facciamo. Farci trovare pronti al prossimo sconvolgimento o alla prossima opportunità che dal modificarsi degli assetti interni ed esterni, si potrebbero verificare. Alimentare la speranza e farlo cercando di aver pronto un diverso dna da mettere in campo sulla via del cambiamento, può essere l’arma in più che ci consentirà, quando sarà possibile, di esprimere diversamente ciò che sappiamo fare ma soprattutto ciò che siamo. Immaginiamo cosa può significare per altre culture questo stravolgimento. L’Italia e la sua classe di lavoratori e imprenditori può contare su una predisposizione al cambiamento quasi nativa. Ci è riconosciuta a livello internazionale questa grande capacità all’adattamento e al problem solving e non credo ci siano caratteristiche più adatte in questo momento per interpretare il cambiamento in atto. Dobbiamo tuttavia ricordarci di attivare la speranza che è l’atteggiamento di immaginare che c’è qualcosa in cui credere che va oltre ciò che vediamo e che temiamo, un qualcosa che non è guidato da noi ma che avviene ed avverrà. Non è necessario il nostro giudizio preventivo se sarà meglio o sarà peggio, sarà diverso e questo è forse una delle poche certezze su cui possiamo contare, diverso in senso assoluto e quindi imprevedibilmente diverso, tanto da far perdere entusiasmo per immaginarlo.

Le nostre energie possono essere dedicate a un esercizio più proficuo in termini di dna del cambiamento: per esempio, l’analisi di ciò che abbiamo fatto e di come abbiamo reagito alle diverse situazioni del percorso della vita lavorativa e imprenditoriale. La consapevolezza delle nostre capacità intrinseche e di adattamento, la nostra possibilità di crescere personalmente e imprenditorialmente attraverso i nuovi strumenti di informatizzazione, la nostra capacità di interpretare in modo positivo ciò che la scienza sta scoprendo ad una velocità mai vista prima, sono tutti elementi che ci possono aiutare ad acquisire consapevolezza e speranza che tutto ciò può realmente essere lo strumento per disegnare il cambiamento nell’ignoto positivo che verrà.

Ma la speranza può acquisire un ulteriore elemento di forza dalla condivisione. Spesso nei contesti dove si radica la paura, il silenzio diventa la forma più spontanea per vivere l’incertezza o la paura. In ogni organizzazione il dialogo e la condivisione son l’altra attività strategica che può aiutare a sostenere la speranza. Ascoltare ciò che le persone vivono, può da un lato alzare la paura condivisa, ma se si pensa al muro invalicabile dell’ignoto, alla progressione della paura si può porre un argine. Condividere la paura per rilanciare la speranza nell’ottica del cambiamento e della valorizzazione di ciò che si è fatto insieme, della forza che si è dimostrata nel percorso condiviso, nei risultati raggiunti proprio grazie alla forza coesa della squadra. Anche la speranza può risultare più forte se è condivisa e se sostenuta dalla forza del gruppo, dalla volontà di essere insieme per affrontare l’ignoto. La creazione di momenti di condivisione collettiva, può essere un’oasi molto importante in questi contesti e il fatto di potersi abbeverare a questa fonte, può certamente costituire un ulteriore riconferma della forza di un gruppo e di un’organizzazione d’impresa. Stiamo pronti perché il futuro comunque verrà a farci visita e ci vorrà pronti con un dna adatto ad un contesto nuovo tutto da scoprire e da interpretare.

L’AUTORE

Sandro Feole si definisce economista d’impresa, si occupa di gestione aziendale all’interno di 12 realtà aziendali dove ricopre il ruolo di amministratore, è titolare di uno studio che accompagna centinaia di piccoli e medi imprenditori alla conduzione ottimizzata del percorso economico, finanziario e tributario.